Riformare il modello trevigiano?


La nebulosa dello sviluppo
di Enzo Risso publica.swg. Dal Libro Riformare il modello trevigiano

Il modello di sviluppo trevigiano sembra cogliersi in una fase di impasse.
I fattori che lo hanno posto fra i primi posti nella crescita economica internazionale e hanno garantito una perdurante e prolungata fase di espansione, sembrano giunti a un punto critico.
Non è chiaro, tra gli imprenditori, il peso di questa criticità, ma è certo che in alcuni settori, come il manifatturiero, le dinamiche appaiono decisamente complicate.
A livello complessivo, il problema non è solo trevigiano. Come segnala da tempo la fondazione NordEst, “il modello di sviluppo che ha posto le regioni del Nord Est ai vertici delle classifiche della crescita economica sia nazionale sia europea, sta concludendo la fase espansiva”.
Gli operatori economici locali sembrano essere avvolti in quella che possiamo definire una “nebulosa dello sviluppo”. Il sistema provinciale, per il momento, sembra reggere, ma le prospettive sono, come minimo, appannate.
Gli imprenditori non riescono a individuare quali saranno i possibili settori di traino e sembrano collocarsi in una posizione di attesa, coscienti dei loro punti di forza (il sistema aziendale individuale), ma incerti su quali potranno essere i nuovi segmenti di crescita e di trascinamento.
La maggioranza degli operatori intervistati, non a caso, stenta a individuare un settore in decisa crescita e l’indicazione del turismo (14%) appare più un dato di risulta, che il prodotto di una convinzione strategica.
Risulta significativo, poi, un altro dato: la frenata del mondo delle costruzioni. Settore in forte dinamica negli ultimi anni, sembra sul finire della sua fase espansiva. Spazi di ampliamento e di sviluppo, invece, si disegnano per il settore delle nuove tecnologie e dell’informatica, anche se i margini sono percepiti ancora in modo limitato.
Gli imprenditori della Marca, quindi, disegnano una fase più o meno altalenante, di espansione minima, senza fattori dinamici preponderanti. Un dato che deve preoccupare, poiché il problema da affrontare non appare essere quello di una crisi verticale del sistema (come quella subita dalla grande industria nel Nord Ovest nei decenni passati), ma una trasformazione
del modo di posizionarsi nel mercato globale e, quindi, del modo di fare impresa. Se la parcellizzazione e la diversificazione imprenditoriale hanno garantito, fino ad oggi, la tenuta e la crescita del sistema locale e hanno evitato crisi verticali sullo stile di quelle subite dai territori maggiormente fordisti, oggi questa peculiarità rischia di essere un freno. Rischia di mutarsi in un punto di debolezza. Una tendenza che, pur non mettendo in forse il sistema, necessita di interventi strutturali e correttivi che, al momento, non sembrano nell’orizzonte della media degli imprenditori locali.

Riformare il modello trevigiano, tra minimalisti e globalisti

Ha bisogno di correzioni, ma il modello trevigiano, per la maggioranza degli imprenditori locali, resta valido.
La fiducia è un fattore importante nella realtà globalizzata “e il suo consolidarsi riguarda le prospettive future di quello che è il presente”8, sostiene Niklas Luhmann e come tale l’atteggiamento degli imprenditori trevigiani verso le proprie potenzialità è un fattore di ricchezza essenziale. Un dato tanto più importante se si considera il fatto che nelle società contemporanee la fiducia è destinata a rivestire un ruolo sempre più rilevante per consentire “che la complessità del futuro prodotta dalla tecnica possa essere sopportata”9.
Detto questo è bene analizzare con attenzione le risposte degli operatori. Il modello, così come si è sviluppato negli ultimi anni, non è più valido. Solo una ristretta minoranza di imprenditori (15%) ritiene che esso non abbia bisogno di correzioni. Analogamente, sul versante opposto, solo una ridottissima minoranza (8%) pensa che il modello tout court sarà da buttare. Le prospettive si giocano, quindi, sul tema della riforma, della sua intensità e caratteristiche.
Qui gli imprenditori si dividono in due fronti: una maggioranza minimalista (45%), che non intende fare modifiche radicali e paventa ritocchi limitati, e minoranza più globalista (in cui troviamo, soprattutto, le imprese manifatturiere e le medie imprese) che, invece, avverte l’esigenza di un intervento maggiormente radicale.
Il tema del tipo di qualità della riforma del sistema necessario non è secondario. È in base ad esso che il territorio si muove, che gli attori sono o meno disponibili a scelte e strategie.
Il dato rilevato mette in luce, quindi, una potenziale sottovalutazione delle dinamiche in atto e delle difficoltà cui può andare incontro il territorio.

La sfida per la Marca: superare l’impasse

Il futuro della Marca si gioca, probabilmente, sul doppio binario del mantenere alta la fiducia nel territorio e nella capacità di puntare sull’innovazione di sistema.
Il punto di eccellenza, da sempre motore della Marca, è la fiducia e il dinamismo del ricco tessuto produttivo. Un modello basato sullo sviluppo endogeno, con forti distretti, una intensa specializzazione e una dinamica cultura d’impresa. Ma a che punto siamo oggi? Qual è la situazione? Si potrebbe dire che la Marca trevigiana è in una fase peculiare del “dopo lo sviluppo”. Una fase di impasse, che ha di fronte a se non pochi rischi di implosione. Siamo cioè di fronte a un tendenziale affievolimento del modello endogeno, all’interno di una nebulosa dello sviluppo che non facilita l’individuazione di quali possano essere i nuovi fattori catalizzatori della crescita. Come veniva segnalato correttamente da Enzo Rullani, occorre che le “abbondanti risorse del capitalismo personale – fondamentali in qualunque prospettiva postfordista – siano messe al lavoro insieme alle risorse provenienti dall’organizzazione, da investimenti a rendimento differito, dalla condivisione. E poiché organizzazione, investimenti a rendimento differito, processi di condivisione più o meno vasti devono essere costruiti con un impegno consapevole e finalizzato dei principali attori dell’economia e della società locale, ecco individuato il terreno chiave della politica economica del prossimo futuro. Essa dovrà canalizzare le energie libere del capitalismo personale verso forme organizzative, processi di investimento a lungo termine e circuiti di condivisione che forniscano un retroterra utile alle scelte delle singole imprese e delle singole persone”12.
Tutto ciò, però, deve essere finalizzato e incidere sui principali punti di debolezza della Marca: l’atomizzazione del tessuto imprenditoriale, la carenza di una cultura delle risorse umane e dell’alta formazione, i bassi livelli di innovazione e ricerca, nonché il sistema debole delle reti (viarie, telematiche, di relazione).
Per favorire una politica di riposizionamento complessivo della Marca nel contesto globale, tuttavia, non sembrano sufficienti solo le dinamiche interne al mondo imprenditoriale.
Il territorio nel suo complesso deve cercare di comprendere il valore di due fronti distinti.
Il primo è quello legato al tema dell’innovazione, intesa sia come valore della ricerca, di un sistema di network locale delle conoscenze finalizzato al trasferimento tecnologico alle imprese (ma anche di agevolazioni concrete e fiscali alle imprese che fanno innovazione), sia come urgenza di una nuova attenzione alle relazioni, alle reti e alle sinergie con il settore terziario.
Il secondo fronte riguarda, invece, le capacità di favorire le politiche territoriali (di sistema), ambientali e quelle aggregative (specie per le imprese artigiane e le piccole aziende).
Qui il tema si staglia lungo l’asse interno/esterno. Occorre certamente una ridefinizione e un ampliamento dei distretti; lo sviluppo di nuove strategie di marketing (per attrarre interessi e investimenti internazionali), la crescita di nuovi strumenti che facilitano unioni, aggregazioni, alleanze tra imprese. Dinamiche che hanno una cornice concreta e forte: accentuare le scelte
di governance, in una prospettiva strategica, e quelle tese a fare della qualità un fattore competitivo. Scelte, quindi, in grado di collocare i temi della qualità competitiva all’interno di un processo di valorizzazione e di rafforzamento del governo del territorio e della ottimizzazione delle peculiarità delle imprese trevigiane.
Se la partita è globale e si gioca sui fronti della qualità, della competitività territoriale, dell’innovazione, la Marca trevigiana ha tutte le carte in mano per giocare la sua partita. Deve volerlo. E deve farlo con costellazione territoriale. Da soli, oggi, non si vince.

L’innovazione come catalizzatore. Una breve riflessione

Abbiamo sottolineato più volte che il compito di questa ricerca è quello di disegnare un quadro percettivo e di stimolare alcune riflessioni ad ampio raggio, che coinvolgono tutto il tessuto locale e non solo il mondo imprenditoriale.
Come tale gli elementi presentati fin qui inducono alcune ulteriori brevi e non esaustive riflessioni sulle sfide che la Marca deve affrontare nel rapporto con i temi del nuovo sviluppo.
Ciò, sia chiaro, nulla toglie all’alto valore e alle capacità del tessuto imprenditoriale locale.
Il mutamento tecnologico e di sistema sospinto dal mercato globale, non può più essere affrontato con le dinamiche formative tradizionali. Si devono, velocemente, costruire condizioni ambientali per cui l’imprenditore che, avendo l’intenzione di innovare e non ha la massa critica sufficiente per produrre le trasformazioni nella propria impresa (o non ha la preparazione e le conoscenze per farlo e per accedere direttamente alle offerte della ricerca), possa entrare comunque in contatto con essa. Si tratta di realizzare, a livello di territorio, dei facilitatori e accompagnatori delle imprese verso la ricerca, accentuando non solo l’incontro e il trasferimento di tecnologie alle aziende, ma anche il sorgere di domande e richieste che dal mondo della produzione vanno a quello della scienza.
L’handicap strutturale verso la ricerca, determinato dalla tipologie d’impresa del trevigiano, può essere attenuato attraverso due tipologie d’intervento: la cooperazione tra imprese, che appare la via principale in un contesto di frammentazione delle realtà aziendali; gli spin off di nuove imprese che possano rappresentare degli spill over di conoscenze per l’intero sistema produttivo locale.
I centri di ricerca, inoltre, non solo debbono produrre innovazione tecnologica, ma tali competenze e conoscenze debbono essere portate a conoscenza delle imprese. Si tratta di rafforzare le forme di relazione e comunicazione.
Per qualificare e facilitare il passaggio di tecnologia alle imprese occorre, probabilmente, accentuare un modello negoziale per l’innovazione su scala locale, coinvolgendo tutti i soggetti portatori di necessità. Si tratta di definire e individuare i cluster innovativi su scala territoriale, che necessitano di una forte capacità organizzativa e di coordinamento, per facilitare l’incontro tra domanda e offerta, ma anche per suscitare la domanda.
In questo ambito i diversi cluster di intervento possono essere:
– i processi di distretto, per immettere innovazione e per supportare i processi di diffusione e trasformazione delle innovazione già in itinere
– i processi di innovazione intorno alla imprese leader, che possono diventare il perno di sostegno di una catena evolutiva che coinvolge l’intero complesso della subfornitura
– le trasformazioni nella pubblica amministrazione, specie dei servizi, da quelli sanitari e sociali, a quelli del turismo, del marketing e dei beni culturali e ambientali
– i processi di innovazione delle nicchie produttive, quali battistrada di soluzioni tecnologicamente avanzate
– i percorsi di accumulazione di innovazione, di cui possono beneficiare tutti i soggetti e gli attori del territorio.


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