Le dinamiche della qualità della vita


Sviluppo economico e qualità della vita: una strategia per la provincia di Treviso

di Pier Francesco Ghetti - Rettore dell’Università Ca' Foscari di Venezia
Dal libro “La Marca vissuta: le dinamiche del benessere e della qualità della vita nella provincia di Treviso”

Benessere e valori condivisi
Sostiene un’antica e consolidata teoria sociologica che l’armonia delle intelligenze e il consenso delle volontà sono condizione per assicurare l’avanzamento collettivo. In altri termini, la coesione sociale stimola la creatività del gruppo, mentre consente di fronteggiare il susseguirsi delle innovazioni e degli eventi storici che potrebbero mettere a rischio la continuità del suo essere.
Se una società si è guadagnata un certo grado di benessere economico, avrà come primario interesse la salvaguardia di quel capitale umano che ne costituisce il fondamento e ha realizzato il miglioramento decisivo nella qualità del suo vivere. Tradotto in linee progettuali, ciò significa impegnare una notevole quantità di risorse per conservare e rinnovare l’essenziale
dello spirito di comunità. In un presente che conosce l’accelerazione dei confronti tra culture su piano planetario, ad ogni livello, lo sforzo impiegato dai responsabili nella gestione del consenso non può che accrescersi in questa direzione.
La provincia di Treviso conosce il fenomeno della scarsa natalità, ben noto anche al resto d’Italia, e nel contempo una elevata collocazione nella gerarchia dei produttori di ricchezza del Paese. Situazione che ha imposto, in crescendo, di richiamare un copioso flusso immigratorio. Va rilevato come la straordinaria trasformazione che si è compiuta nell’ultimo trentennio non abbia, almeno fino a questi anni ultimi, scosso nel profondo i meccanismi antropologici che ne disegnano l’identità culturale. Dunque esistono le condizioni per restaurare quanto una modernizzazione impetuosa ha messo a rischio: senso di appartenenza, rispetto per l'autorità, valore della famiglia, apprezzamento sociale per l’imprenditività, visione religiosa del mondo. Le basi tradizionali su cui ha potuto contare l’enorme slancio innovativo.
Un modello di gestione del territorio che rispetti lo specifico locale mentre si apre allo scambio con il mondo, deve necessariamente individuare nella ricerca e nei processi di formazione il nucleo d’interesse centrale per le sue politiche di sviluppo. Potendo contare sul patrimonio di disponibilità e di adattabilità che l’insieme dei cittadini ha dimostrato di possedere.

Una realtà umana disponibile
Da sempre, la ricchezza di corpi intermedi, costituiti dall’associazionismo, e la pratica dell’economia del dono, da parte del volontariato altruistico, sono indice di buona relazionalità e di democrazia partecipata. Si può partire da quanto risulta nella realtà provinciale e regionale per costruire un’efficace progettualità comunitaria.
Il contesto è quello definito dal cosiddetto Nordest, dove vive il 18 % della popolazione italiana e si trova il 21 % delle associazioni nazionali di volontariato. Una ogni 1400 abitanti, contro una ogni 3500 su piano nazionale. Delle 1400 organizzazioni di volontariato nel Veneto, il 77 % risulta iscritto nel Registro Regionale (nella media italiana, il 52%). Dato che indica una maggiore propensione a collaborare e integrarsi con l’istituzione. Il che non significa dipendere in modo maggioritario dai fondi dell’ente regionale, posto che i fondi di queste associazioni risultano per oltre tre quarti di provenienza privata: sostanzialmente dai soci. Nel 64 % sono sorte per iniziativa spontanea di singoli, categorie di cittadini o famiglie: un dato che supera di più del doppio la media nazionale. Indice di un forte spirito di comunità e di iniziativa autonoma. Si tratta per lo più di associazioni di fatto (80 % dei casi, contro il 68 % italiano), per mantenere un’agilità d’azione che il riconoscimento legale potrebbe compromettere.
Per i tre quarti sono aconfessionali (Italia, 61 %). Segno di una sollecitazione civile diffusa, pur nell’ispirazione ai valori cristiani di solidarietà. Nel 71 % dei casi svolgono oltre 7 funzioni assistenziali (media nazionale 52 %), con utenza provinciale o intercomunale nella misura del 54 % (Italia, 38 %). Il 75 % delle associazioni offre più di 60 ore di lavoro gratuito alla settimana (Italia, 66 %). Il 57 % dei volontari sono donne. Per il 57 % dei casi, il maggiore impegno si rivolge al settore socio-assistenziale, in favore di anziani, handicappati, minori a rischio e famiglie in difficoltà (media italiana 43 %). Veri record nazionali si raggiungono in provincia di Treviso per i donatori di sangue e di organi.

La necessaria ricostituzione del consenso
La forte affermazione economica di questa provincia esportatrice a livello mondiale non ha dunque rimosso il senso della solidarietà collettiva, tra adulti e giovani. Anche se i maggiormente esposti al rischio di una rottura con gli atteggiamenti e i riferimenti delle generazioni precedenti sono proprio questi ultimi. Il profondo mutamento di costume, le sollecitazioni all’individualismo edonistico, l’allentarsi dei vincoli familiari, richiamano a un’attenta cura per l’integrazione delle giovani generazioni. Nelle modalità che sono proprie a un sistema culturale oramai plurietnico, che intende essere rispettoso del pluralismo, rifiutando l’omologazione imposta da cui vengono i pericoli di conflittualità e il disagio dell’insicurezza.
La conservazione d’una buona qualità del vivere richiede perciò di investire adeguate risorse nei processi di integrazione, per i giovani e per gli immigrati che intendono inserirsi stabilmente nella comunità provinciale. Una questione difficile, ma essenziale per la convivenza.
Da risolvere non secondo logiche fortemente antagoniste di assimilazione, che mettono a rischio il consenso delle successive generazioni di immigrati trapiantati, ma guardando a  politiche formative di tipo contrattuale: la comunità provinciale s’impegna a fornire ai sopravvenuti un’educazione civica, una formazione linguistica, l’accesso ai servizi sociali, al lavoro, alla casa, alla partecipazione sociale, e da parte sua l’immigrato, considerato nella sua identità di genere (spesso la donna immigrata necessita di attenzioni particolari) e di cultura, s’impegna a rispettare le leggi dello Stato, il costume e la tradizione locale. Nella prospettiva d’una piena assunzione di responsabilità con l’acquisto della cittadinanza.
L’intero sistema formativo provinciale, dall’Università alla scuola materna, assume un ruolo chiave per sostenere il rinnovato sforzo di qualificazione, nello sviluppo economico e nell’emancipazione comunitaria.

Una storia di tradizione nel mutamento
Lo sviluppo economico del Veneto e della Provincia di Treviso nel secondo dopoguerra è stato senza dubbio una espressione paradigmatica del ruolo di un "ambiente" culturale nel promuovere un’imprenditorialità diffusa e con essa una crescita autopropulsiva del sistema produttivo. Questo intrecciarsi di fattori antropologici ed economici di natura esogena ed
endogena, ha spinto gli studiosi a definire "modello" il caso Veneto, che negli ultimi cinquanta anni ha consumato i classici "stadi" dello sviluppo economico: dall'agricoltura all'industria, e quindi al terziario post industriale.
I fattori che hanno consentito lo sviluppo erano essenzialmente, come del resto in tutti i processi di avanzamento sociale e produttivo, fattori di carattere culturale ed istituzionale. Un "ambiente culturale" in cui erano presenti la voglia di fare, di apprendere facendo, i valori della responsabilità e della imprenditorialità (anche di sé), unitamente ad un forte senso di identità e di appartenenza, ha prodotto imprenditorialità diffusa, capacità di collaborazione, ma anche di competizione, in contesti economici che andavano globalizzandosi.
Ma anche la cultura del lavoro, del fare, la cultura di impresa, raggiunge dei limiti, ovvero dei fattori di discontinuità quando le risorse umane, territoriali e infrastrutturali tendono ad esaurirsi e quando l'obiettivo della produzione condiziona l'uomo e lo fa diventare ad "una dimensione" (quella del lavoro e del consumo), compromettendo così le capacità di promuovere lo sviluppo su basi qualitative nuove e soprattutto in termini di qualità della vita.
Paradossalmente l'esaltazione di alcuni valori (come appunto quello del produrre) tende a riproporre un modello di crescita oggi difficilmente sostenibile in termini sociali e ambientali, deformando il concetto stesso di benessere della collettività. Benessere che, concepito prevalentemente in chiave reddituale e di lavoro, trascura altri elementi, quelli culturali e della
qualità della vita ad esempio, che sono la premessa per l'avvio di una riqualificazione dello sviluppo.
Il raggiungimento della piena occupazione unita ad una struttura produttiva che richiede soprattutto lavoro a scarsa qualificazione, contribuisce infatti ad abbassare il livello di scolarizzazione e quindi le premesse per una evoluzione del sistema. Così oggi la provincia di Treviso sta raggiungendo i "limiti" del proprio sviluppo, in quanto esso si manifesta sempre più con caratteri di insostenibilità sul piano sociale, infrastrutturale ed ambientale. In sostanza, sembra ancora prevalere un rapporto tra produzione ed occupazione tipico delle cosiddette fasi dello sviluppo "estensivo" rispetto ad un più intenso rapporto tra produzione e produttività che dovrebbe invece caratterizzare una fase di crescita "intensiva".
Questa discontinuità, pone l'accento sulla necessità di mutare un modello di sviluppo basato sulla diffusione territoriale delle attività produttive (con il conseguente consumo di risorse territoriali, ambientali ed infrastrutturali, ma anche con la forte esigenza di immigrazione) per passare ad un modello di crescita più intensivo con maggior impiego di conoscenze, di capitale umano, di capacità intellettuale, e di beni immateriali come la ricerca e l’innovazione.
Riteniamo che questo processo di sviluppo abbia raggiunto i suoi limiti di sostenibilità:
- in termini sociali, in quanto i flussi di manodopera dall'estero comportano politiche di integrazione e di inserimento costose (non solo in termini finanziari ma anche umani); ma soprattutto dall'esito incerto, nel caso l'economia fosse colpita di recessione;
- in termini ambientali e territoriali in quanto il processo "estensivo" di crescita sperimentato dalla Provincia di Treviso è tipicamente un processo diffuso, "consumatore" di territorio e con esigenze di mobilità crescenti, in presenza di capacità infrastrutturali-varie che, in molti casi, hanno superato il limite della saturazione;
- in termini culturali, in quanto non vi può essere sviluppo economico senza crescita culturale. La cultura sta diventando, infatti, sempre più l'elemento centrale delle società moderne, non solo come fattore di strategia comunicativa o espressiva della capacità di creazione e conservazione della memoria e del patrimonio di valori di una comunità, ma anche come fattore di mediazione tra i diversi aspetti della vita contemporanea e quindi tra crescita economica e crescita civile.


Innovazione e competitività
E' noto che scienza e tecnologia non possono produrre crescita e sviluppo senza la presenza di capacità imprenditoriali, ma è altrettanto scontato che l'imprenditoria non può produrre progresso se non può attingere conoscenza scientifica e tecnologica da poli di eccellenza o da altre imprese o da ricerche fatte all'interno della propria impresa.
La progressiva caduta di competitività del "sistema" Italia e del nord est in particolare, dimostrata anche dalla riduzione della quota di mercato del nostro paese nel commercio mondiale, (oltre che dai vari indicatori internazionali) impone a tutti i sistemi territoriali un ripensamento della propria strategia.
Se all'impresa spetta il compito non facile di riorientare i processi produttivi, nel senso di privilegiare gli aspetti qualitativi e della produttività, rispetto a quelli quantitativi e della produzione, non vi è dubbio che ai pubblici poteri spetta il compito di fornire un quadro di riferimento programmatico, atto a mutare un modello di sviluppo diventato ormai eccessivamente "estensivo" nell'uso delle risorse umane e territoriali e scarsamente "intensivo" nell'utilizzo di innovazioni tecnologiche organizzative e logistiche.
Come si è detto in premessa l’innovazione nasce dallo “spin off” che proviene da aree di ricerca di eccellenza a guida pubblica e legate all’università. Sotto questo profilo la “governance” del sistema innovativo dovrebbe seguire alcune linee strategiche:
- attivare il più possibile forme di connessione tra ricerca effettuata nei laboratori e nei poli di eccellenza e piccole e medie imprese, reti di connessione che sono alla base per la trasmissione delle conoscenze e delle pratiche innovative. Va ricordato tuttavia che la ricerca, soprattutto se volta a colmare un ritardo storico, ha bisogno di una massa critica elevata e di tempi adeguati;
- sul piano dei contenuti si è osservato che nella nostra regione esiste un ”gap” tra eccellenza accademica e sua traduzione nel sistema produttivo. E’ questo il caso ad esempio delle biotecnologie, ma potrebbe essere anche quello delle nanotecnologie e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La connessione andrebbe sollecitata, non solo dal lato dell’offerta, ma soprattutto da quello della domanda attraverso il finanziamento di progetti innovativi;
- l’innovazione esige sia investimenti in ricerche, sia investimenti nel processo di traduzione pratica dei risultati della ricerca. Mentre i primi, per la caratteristica di “bene pubblico” che rivestono devono essere a carico dei pubblici poteri, i secondi hanno bisogno di una finanza innovativa che sappia cogliere le opportunità della “business idea” con strumenti finanziari adeguati.


Governance e territorio: il ruolo delle città
Tutto quanto detto finora comporta soluzioni nuove in termini di “governance” territoriale e del sistema economico.
Attualmente si ricorre al termine “governance” per indicare un nuovo stile di governo, distinto dal modello di controllo gerarchico e caratterizzato dal maggior grado di cooperazione e di fiducia e dall’interazione tra lo stato (ed enti locali) e attori non statuali all’interno di reti decisionali miste pubblico-privato.
Le politiche tese a far compiere alla provincia di Treviso il salto di qualità nel suo sviluppo devono in ogni caso interagire con quello che possiamo definire "capitale sociale", cioè l'insieme delle conoscenze diffuse che si creano e si propagano nelle comunità, delle capacità collettive di stimolo, coordinamento e regolazione ed in genere di quell'insieme di istituzioni formali ed informali che non transitano per il mercato ma che favoriscono l'organizzazione del sistema.
In questo quadro lo strumento è la valorizzazione del patrimonio di città importanti che concorrono alla dinamicità della provincia di Treviso, perché formano una collaudata rete di relazioni storiche orientate alla ricerca, innovazione e formazione del capitale umano. Se il sistema di città acquista in competitività, allora tutto il territorio potrà recuperare produttività e
competitività, ma soprattutto potrà riqualificare il proprio sviluppo.
Le città della Marca nell’insieme costituiscono un patrimonio di storia, di cultura, di scienza e di conoscenza che diventa strategico nel processo di mutamento del modello di sviluppo trevigiano. Non va dimenticato che le città europee nascono con l'Europa e in un certo senso fanno nascere l'Europa e continuano a caratterizzare la civiltà europea.

 

La Marca vissuta
di Enzo Risso, publica.swg. Dal libro “La Marca vissuta: le dinamiche del benessere e della qualità della vita nella provincia di Treviso”

Il binomio tante città-molteplici realtà
Ragionare della Marca significa riflettere sulla complessità, sull’interazione tra globale e locale, in uno dei centri di maggior solidificazione delle dinamiche contemporanee.
La Marca è un’area in cui si condensano, si contrappongono e provano a trovare sintesi tutte le ragioni dello sviluppo nell’età della società dell’informazione e del dopo lo sviluppo.
Ragioni e entità che sono sempre più complesse da governare. Bob Kennedy, ormai quasi cinquant’anni fa, ricordava che “nel Prodotto Interno Lordo ci sono le nostre ricchezze, ma ci sono anche cose che non rappresentano il massimo della qualità della vita”. Un tema da ricordare con attenzione specie in un mondo globale in cui il confronto non avviene più solo sul fronte della produttività, ma su quello della qualità della vita offerta, della dinamicità di un territorio, dell’appeal culturale, della qualità ambientale, dell’offerta logistica, della potenza dell’innovazione e della ricerca.
In tale ambito si afferma sempre di più l’esigenza di valutare l’entità territoriale nel suo complesso, considerando le differenti variabili della crescita e soprattutto individuando le local collective competition goods.
Nella realizzazione di un complesso quadro di sviluppo, è sempre più indispensabile valutare la realtà territoriale, come un contenitore globale, una realtà ricca di capitale umano, sociale e imprenditoriale. Un patrimonio su cui l’intera comunità, sotto la spinta delle sue istituzioni (in primis la Provincia), deve saper riflettere e da cui deve saper partire per progettare e definire percorsi di crescita coerenti, condivisi e partecipati. Come tale si deve prestare attenzione alle tante “Marche” esistenti, a quella economica e produttiva, come a quella sociale e culturale, senza dimenticare quella delle povertà e delle nuove povertà, nonché quella delle donne, dei giovani, degli anziani e degli immigrati. In una parola, occorre valutare la realtà provinciale non solo nei suoi trend economici, ma anche in quella che possiamo definire la Marca Vissuta. In essa troviamo il dato più concreto della modernità di un territorio, compresso tra globale e locale. La Marca vissuta racconta la comunità della provincia di Treviso, con il suo portato di fatiche e pesi; di costi e opportunità; di una ricerca di sicurezza sia dal punto di vista del cittadino, sia da quello complessivo, della collettività.
La Marca vissuta è sintesi di tante città e comunità, di differenti distretti e tessuti ambientali, di tante reti sociali e comunitarie, della percezione del futuro e del presente da parte dei cittadini e delle categorie economiche.
Essa non è solo il portato concreto del policentrismo dello sviluppo, è anche il frutto di un territorio e della sua entità, fondata sul vissuto quotidiano delle relazioni umane, di lavoro, come delle paure, delle preoccupazioni. Marca vissuta vuol dire cercare di leggere questo territorio provinciale come una grande e diversificata rete formata da una costellazione di reti, luogo in cui sono coinvolte entità differenti e diverse (tutte da rispettare e valorizzare) e spazio in cui condividere speranze e nuove regole per lo sviluppo.

Le tre “C” del modello della Marca
La provincia di Treviso, sulla soglia del XXI secolo, appare una società dall’incedere incerto, conscia della propria storia, orgogliosa del proprio sviluppo, ma anche spaventata e, in alcune sue componenti, fragile di fronte alle sfide globali. Una realtà che non è ripiegata su se stessa, che non è in crisi, ma si dimostra attendista nell’affrontare la nuova fase di trasformazione che ha difronte. Una società che avverte i segni e i segnali del bisogno di cambiare, l’affacciarsi di un preoccupante sfilacciamento sociale, di un consumo eccessivo delle risorse ambientali e del territorio, di una tendenziale dis-qualità della vita e del modello di crescita che si è affermato, di un deficit di capitale delle conoscenze, di una concorrenza internazionale: tutti elementi che spingono verso una rilettura e soprattutto una ridefinizione del modello di sviluppo endogeno.
Realtà ancorata al suo capitalismo d’impresa (di piccola e media impresa), il modello economico trevigiano avverte (e, in parte, soffre) gli effetti imposti, almeno nei paesi più avanzati, dal nuovo capitalismo delle conoscenze, come quelli di una dinamica dislocativa che non può essere perseguita all’infinito, senza intaccare le performance territoriali.
La società trevigiana, tuttavia, appare ancora in mezzo al guado, un po’ ferma, un po’ avvolta in una nebulosa della sviluppo. Ancora oggi la maggioranza dei trevigiani percepisce la dimensione dello sviluppo ancorata ai successi di ieri, alle classiche tre “C”, casa, camion e capannon. Forma di autodifesa. Forma di presunzione, allo stesso tempo. Forma di difficoltà, dietro cui si nasconde la complessità nell’immaginare le nuove dimensioni della crescita nella società globale. La principale difficoltà per il territorio è, quindi, quella di identificare il bisogno di cambiamento e di riconoscere, per rimanere nella metafora delle lettere, che le vecchie tre “C” della crescita oggi non solo non possono più garantire una reale nuova stagione
di sviluppo, ma hanno costi socio-ambientali elevati (si pensi all’inquinamento e all’uso del territorio), che la società contemporanea non è più disposta a pagare.

Le contraddizioni nel benessere
Il tema del benessere è vasto. Lo è ancor di più in una realtà ad alta crescita come quella trevigiana. Come tale esso non può essere ancorato solo alla realizzazione di alcune functionings, ma deve essere interpretato come processo di valorizzazione di quell’insieme di atti e relazioni che una persona può fare e che rendono la vita qualitativamente a misura d’uomo e di donna.
Ciò che la gente ha, ci ricorda il filosofo Salvatore Veca, non ci dice per ciò stesso come la gente sta, che “cosa noi proviamo a vivere la nostra vita”. Il benessere, quindi, non tanto e non solo come somma di beni materiali che si possono possedere, ma come risultato delle attività in cui può concretizzarsi nella vita quotidiana il senso di una nuova vivibilità. Un tema misurabile sul fronte delle utilità di vita e sui diritti formali, ma in cui entrano in gioco capacità e qualità di vita e lavoro; ambiente e serenità delle relazioni familiari; qualità sociali e territoriali; occasioni e opportunità; sicurezza presente e futura.
Una concreta e innovativa concezione dello sviluppo, specie per la Marca trevigiana, deve cercare di fondarsi, quindi, sull’assunto seniano della “possibilità che ogni soggetto ha di programmare e realizzare i propri obiettivi”. In questo schema lo sviluppo deve sapersi fondare non solo sulla crescita economico-produttiva, ma anche sull’estensione delle possibilità, della sostenibilità e della coesione.

 


Piano strategico della Provincia di Treviso

Per informazioni: tel 0422656004 - fax 0422.656354 - mail: pianostrategico@provincia.treviso.it