L'immigrazione


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Treviso non è una realtà di seconda immigrazione, in cui si approda dopo aver visitato altri posti. L’80% degli immigrati dichiara di non aver conosciuto altri paesi prima del nostro, tanto di più le donne che seguono i mariti nella fase di popolamento. Il motivo della scelta del nostro paese è di natura familiare-relazionale per il 30% degli intervistati e lavorativo per il 20%.
L’immigrazione verso Treviso non si è fermata e i numeri censiti dall’indagine Caritas 2004 lo dimostrano, ma si è modificata: troviamo una piccola catena migratoria di nuova radice accanto al consolidarsi della vecchia catena migratoria che conduce in questa zona d’Italia membri di comunità già presenti da lungo tempo.

L’immagine dell’Italia
Il quadro del nostro paese, tratteggiato dagli immigrati, è quello di un paese tutto sommato ospitale. L’Italia, come altri paesi del Nord del Mediterraneo, è percepito come un luogo “caldo” e  il 70% del campione pensa di rimanere nel nostro Paese (soprattutto le donne).  Non si tratta, tuttavia, di una stanzialità definitiva. Il 35% degli immigrati rivela di voler rientrare in patria appena avrà i soldi per viverci bene.

Il lavoro 
A Treviso, tra gli immigrati, vi è una maggioranza di occupati in modo stabile come dipendenti (59%), affiancati da una piccola quota (7%) di lavoratori autonomi. Il 15% è occupato in modo instabile (a giornata, stagionali e part-time), mentre il livello di disoccupazione dichiarato si aggira intorno al 12%.
Treviso si conferma un’area a forte potere catalizzante per la forza lavoro, anche se la facilità di occupazione e la stabilità dei posti di lavoro si sono andati attenuando. Sono, soprattutto, i nuovi arrivati, gli appartenenti alla piccola nuova catena migratoria, ad essere penalizzati dalla cattiva congiuntura economica. I settori che raccolgono maggiormente l’offerta lavorativa degli immigrati sono l’industria (27%), l’artigianato (19%), il commercio e i servizi (17%).

Il valore del lavoro. Che significato ha per gli immigrati?
Per una maggioranza relativa, il 37%, il lavoro è solo una necessità, mentre per altri è lo strumento con cui realizzare le proprie aspirazioni (33%).
Segmentando il  dato in base alla nazionalità scopriamo che per i marocchini il lavoro è inteso come un campo in cui giocare la partita della propria realizzazione o come uno strumento con cui concretizzare altri sogni, ma non come fonte di arricchimento. Di segno opposto sono le componenti valoriali riconosciute dai cinesi: il 29% di questi pensa che il lavoro sia un modo per fare soldi. Nella comunità rumena risultano, invece, prevalenti gli aspetti progettuali e di realizzazione delle aspirazioni (53%).

Imparare un mestiere per tornare nel proprio paese
Imparare un mestiere in Italia per poi tornare a svolgerlo nel paese di origine interessa circa il 36% delle persone giunte nella Marca, mentre il 59% degli intervistati non sembra affatto coinvolto da questa prospettiva. I rumeni, insieme ai cinesi, sono maggiormente contrari a questa possibilità, sembra più probabile agli immigrati provenienti dall’area del Maghreb.

Le relazioni sul posto di lavoro
Sul posto di lavoro gli immigrati asseriscono di avere un quadro relazionale tutto sommato positivo. Complessivamente, possiamo individuare tre macro-aree di definizione dei rapporti, una di inserimento effettivo  (23%), una di disincanto/avvicinamento (45%) e una di disagio 32%.  La segmentazione per nazionalità porta alla luce che i provenienti dal Maghreb sono più frequentemente collocati nella fascia del disagio; mentre gli albanesi si sentono mediamente più inseriti e rispettati. Nessun membro della comunità cinese afferma di sentirsi “aiutato” sul luogo di lavoro.

La lingua italiana, conosciuta e imparata anche in Tv 
Il 62% del campione è in grado di parlare e capire bene la lingua italiana, mentre il 27% ha ancora delle difficoltà nel parlarla, ma la capisce bene e un residuale 9% ha difficoltà anche nel capirla. Il 56% degli intervistati sostiene di aver imparato la lingua frequentando gli italiani sul luogo di lavoro, ma il 22% ritiene di averla imparata guardando la televisione.

Il rapporto con le banche
Il 77% del campione sostiene di avere un conto corrente bancario. Quasi quattro intervistati su dieci hanno chiesto un prestito e  il 75% di questi ha avuto una risposta positiva. La motivazione principale dei prestiti è stata l’acquisto di una casa (51% delle risposte) o di un’automobile (26%).

Il rapporto con il servizio sanitario
Il rapporto con il servizio sanitario nazionale sembra essere un po’ diffidente: poco più della metà del campione si è rivolta a strutture pubbliche e il 36% al pronto soccorso. Il 18%, inoltre, ha usufruito dei servizi privati e quasi il 30% dei rispondenti dice di non avere mai utilizzato servizi medici.

La casa in cui vivono
Il 32% dei rispondenti vive in una casa piccola, molto piccola, e ha a disposizione meno di un vano per familiare. Solo il 21% nel campione ha a disposizione una casa dignitosa, con più di un vano per familiare. Il 45% ha almeno un vano per familiare.

Genitori e figli
La metà degli immigrati rispondenti al sondaggio effettuato nella Marca ha prole. In particolare, un terzo ha figli con meno di 16 anni e il 17% ha ragazzi over 16 anni. Il 23% dei ragazzi sembra interessato a conoscere di più la cultura del proprio popolo di origine,  attraverso gli insegnamenti dei genitori, ma vi è una consistente area, circa il 30% che non appare interessato alle tradizioni del paese dei propri genitori.

Le donne immigrate
Il 41% sono lavoratrici nel settore dei servizi. Nell’industria di produzione opera il 19% delle donne giunte a Treviso, mentre nel commercio si è collocato il 14%. La metà delle donne immigrate vive in famiglia e i due terzi hanno figli.  Molto basso è il livello di relazionalità che hanno le donne immigrate. Escono di casa principalmente con marito o figli (43%) e solo il 27% con amiche donne immigrate. Mancano totalmente le relazioni trasversali con uomini italiani, ma anche quelle orizzontali con uomini del proprio paese.

Modelli femminili occidentali, tra omologazione e distanza
Le donne appaiono, rispetto agli uomini, più propense alla contaminazione tra i loro costumi e quelli occidentali. Anche i giovani sono più vicini ai modelli occidentali e sono più propensi ad assumerli. Ad essere più resistenti alla contaminazione sono le persone provenienti dall’Africa sub-sahariana e dal Maghreb, mentre quelli che arrivano dai paesi dell’Est, Romania e Ucraina, sono più spostate dalla parte dell’accettazione, mentre i paesi dell’ex-Jugoslavia sembrano meno propensi all’omologazione.

Gli italiani secondo gli immigrati
Il nostro paese non viene percepito come una nazione razzista, ma come una realtà impaurita dall’immigrazione (41%): complessivamente, la maggior parte degli extracomunitari intervistati (58%), pensa che l’Italia, nonostante le sue contraddizioni, sia aperta o disponibile verso l’immigrazione.
Differenziando per etnia, scopriamo che gli immigrati dall’area del Maghreb e sub-sahariana sostengono che gli italiani sono più prevenuti. Quelli provenienti dall’area balcanica ed est europea si sentono mediamente più accettati degli altri gruppi, mentre quelli dell’area orientale non si sentono guardati con molto sospetto, anche se in realtà sarebbe meglio dire che non si sentono guardati molto e a loro volta guardano poco.

Gli ostacoli. La religione non è un fattore di divisione
I fattori che rendono complesse le relazioni tra immigrati e italiani sono molteplici. Tra i fattori che creano meno problemi, secondo gli immigrati, c’è la religione. I fattori che rendono complesse le relazioni, invece, sono: la lingua (29%) e le differenze culturali (17%). Un terzo dei rispondenti, infine, dichiara di non incontrare ostacoli nelle relazioni con gli italiani. 
A incidere sulla formazione del senso di differenza, per gli immigrati, sono, innanzitutto, la visione della vita (40%) e la concezione della famiglia (16%).

Immigrati nella Marca
La percezione che gli immigrati hanno del loro ruolo all’interno della società trevigiana è sostanzialmente positiva. L’area dell’inclusione complessiva ruota intorno al 39%. Ma il dato positivo è che l’area del disagio, in cui ci si sente sfruttati, emarginati o sopportati, si limita all’11%.
L’area del disincanto, che si caratterizza per un certo senso  di delusione, ruota intorno al 39%. Si tratta di quella fascia di immigrati che vivono a Treviso da diversi anni, hanno provato le molte forme dell’inserimento, ma non hanno mai ricevuto in cambio molto di più di un’occupazione stabile e di una sopportazione umana. Dovendo dare un giudizio sulle dinamiche locali e sulle trasformazioni delle opportunità lavorative degli ultimi, il 50% degli immigrati residenti nella Marca da almeno cinque anni, sostiene che la situazione è peggiorata.

Agenda setting, i bisogni degli immigrati
La principale priorità è quella di avere case a basso costo. Seguono la necessità di aumentare il numero dei mediatori culturali, l’assistenza, ma anche di avere più tempo a disposizione (41%).

 


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