La Marca nel Nordest


Per cogliere in profondità le sfide e le traiettorie cui può e deve tendere la Marca è utile inquadrare la situazione del territorio all’interno della macroarea del Nordest. Su questo appaiono significative le valutazioni della Fondazione Nordest, che parla della necessità per quest’area di andare “Oltre” se stessa.

“Le imprese ricercano nuovi spazi dove insediare le proprie produzioni, ma non riescono a trovarli. Quindi, si muovono altrove, in altri Paesi più convenienti. Un orientamento che non è solo adattivo di fronte alle difficoltà presenti, ma risponde anche ad una strategia imprenditoriale di presidio e di nuova collocazione nella divisione internazionale dei mercati.

Soprattutto per le imprese di dimensioni più consistenti, il nuovo mercato domestico è l’Europa”.

Quello che cresce è la trasformazione, diffusa anche nella Marca trevigiana (come individuato nel capitolo delle dinamiche del benessere), dell’attenzione da parte dei cittadini ai valori sociali di riferimento, puntando sempre più su una nuova concezione della qualità della vita, ma anche l’affermarsi di nuovi stili di vita e di consumo.

“Stili che proprio nelle nuove generazioni evocano, diversamente da quanto siamo più spesso portati a ritenere, una nuova consapevolezza di sé, una diversa rappresentazione anche rispetto al passato. Non solo soggetti in grado di sapere fare, ma anche di sapere essere”.

All’interno della macroarea, secondo i ricercatori della Fondazione, matura un nuovo modo di concepire il fare impresa. Qui le differenze con la realtà trevigiana, come è stato segnalato esistono, ma non sono enormi. Anche in provincia di Treviso si intravedono segnali di nuova attenzione al tema della formazione e dell’innovazione di prodotto e di processo.

Fattore non da poco, su cui la sfida sembra giocarsi con decisione, è l’affermarsi di una nuova consapevolezza del legame che esiste tra il mondo dell’impresa e la società.

Servono, affermano i ricercatori della Fondazione, “nuove modalità, nuove attenzioni che coniughino una reciprocità di interessi fra le imprese, i lavoratori e i consumatori; fra le imprese e la società. Serve un’attenzione peculiare a riprodurre quel capitale sociale che ha costituito una risorsa essenziale per lo sviluppo economico”.

Particolarmente significativo, per il tessuto della Marca, un ultimo fattore segnalato dalla Fondazione: l’impossibilità delle imprese di farcela da sole nell’affrontare le sfide dell’internazionalizzazione dei mercati. Su questo tema, che è uno dei rischi consistenti per il tessutodella Marca, il problema non si colloca solo e tanto sulla consapevolezza del problema, quanto e soprattutto sulla capacità di passare dal dire al fare, ovvero di essere disposti a mutare metodo di azione e modo di gestione d’impresa, volgendo energie e disponibilità alla creazione di nuove reti e allo sviluppo di aggregazione più consistenti. Anche in questo caso si tratta di andare “oltre”, di superare “la propria dimensione, magari senza perderla, mantenendo – in parte trasformata – la propria identità”. In questo ambito, però, non è sufficiente il ruolo delle associazioni di categoria e delle istituzioni pubbliche, occorre un nuovo ruolo propulsivo e generativo del credito, in primis del sistema bancario.

Analizzando le prospettive del Nordest, la Fondazione individua anche alcune direttrici generali per affrontare le sfide contemporanee. Direttrici che, come si potrà osservare confrontando le analisi della fondazione con il quadro delle opportunità della Marca e degli assi strategici proposti per il piano strategico della provincia di Treviso, sono pienamente agenti anche in questo territorio, con alcune peculiarità in più.

La prima direttrice individuata dalla Fondazione “attiene agli individui, alle famiglie e agli immigrati. E’ cioè necessario avviare iniziative volte ad agevolare la riproducibilità del capitale sociale del Nord Est”. La seconda riguarda le politiche del lavoro e nel settore della formazione. Il futuro dello sviluppo si gioca in buona misura nella possibilità di produrre un livello più elevato di conoscenze e professionalità.

La terza direzione comprende le questioni legate allo sviluppo del sistema di Pmi. L’affermarsi per le imprese di un “mercato domestico europeo” comporta il favorire una loro crescita dimensionale, mediante la creazione di consorzi fra imprese, l’implementazione del circuito ricerca-innovazione-sviluppo e l’avviare una maggiore strutturazione nel rapporto fra imprese e sistema dell’alta formazione, la diffusione dell’utilizzo strategico delle nuove tecnologie, fino alle iniziative di accompagnamento nei Paesi esteri per la ricerca di nuove collocazioni sui mercati internazionali.

Una quarta direzione coinvolge i temi del territorio, dell’ambiente e della qualità della vita. La diffusione del benessere e di più elevate aspettative da parte della popolazione spinge nella direzione di considerare il territorio una risorsa indivisibile, universale, da salvaguardare e da promuovere”. A queste direttrici generali che, come si potrà osservare nella parte relativa alle opportunità e agli assi strategici, cerca di rispondere pienamente il piano strategico della provincia di Treviso, si aggiungono alcune peculiari tensioni che riguardano le dinamiche e traiettorie della Marca trevigiana.

 

Da territorio-impresa a Marca glocal: una fase riflessiva

La Marca è un territorio pienamente inserito nelle dinamiche globali e sta transitando da quella che è stata la dimensione del “territorio-impresa diffusa”, un vero e proprio “territorio glocale”, con imprese che hanno delocalizzato o stanno pensando di spostare parti delle fasi produttive, mantenendo in loco la cosiddetta “testa” e i servizi di generazione della produzione.

Il processo di trasformazione, però, non incide solo sulle dinamiche produttive, ma ha riflessi immediati e consistenti sulla comunità. Il territorio-impresa diffusa era una dimensione caratterizzata dalla forte interazione tra struttura produttiva e comunità territoriale. Vi era una unione fisica, d’intenti e mentalità tra impresa e micro comunità. Fisica, poiché su 95 comuni in cui è divisa la provincia, le zone industriali presenti sul territorio sono 556; d’intenti poiché vi è sempre stata una forte condivisione di obiettivi e fini tra la classe imprenditoriale e la società nel suo insieme; di mentalità, con la condivisione dell’etica del lavoro, di un sistema che attraeva velocemente i giovani verso il mondo dell’impresa, di un quadro di valutazione dei termini individuali di successo, calibrato sulla logica espansiva e quantitativa dei “bilanci familiari” e incentrato sulla tipica evoluzione dei trend aziendalistici.

Questo quadro, in cui convivevano specializzazione produttiva e senso di appartenenza, è stato garantito e rafforzato da un forte livello di coesione interna, che ha consentito, nella sua fase espansiva, un certo grado di equilibrio tra società e competitività. Un equilibrio che, sul fronte competitivo, si è fondato sulla forte capacità di combinare le diverse attività, sull’efficienza delle forme di subfornitura (capacità di suddivisione delle diverse fasi della lavorazione all’interno della stessa filiera e veloce circolazione e condivisione delle conoscenze tecniche), sulle doti e sull’abnegazione imprenditoriale, sulla disponibilità di forza lavoro e sulla sua versatilità, sulla flessibilità delle imprese e sul ricco e esteso tessuto micro-imprenditoriale. Sul fronte sociale l’equilibrio è stato garantito dalla disponibilità a sopperire a elementi generali di qualità della vita e ambientali, con l’incremento quantitativo dei dati del benessere.

Oggi questo quadro è entrato in una fase di profonda transizione, o forse è meglio definirla di riflessione. Una fase che si qualifica nell’incrocio tra le inadeguatezze del modello endogeno di sviluppo (con il rischio di ripiegamento e di lenta perdita di capacità espansiva e propulsiva), lo sfarinamento dei livelli di coesione sociale e la richiesta di nuove risposte alle domande di sicurezza, qualità, ambiente e servizi che proviene dai cittadini.

 

 


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