Le tensioni della Marca


Le tensioni nella Marca

 

Per individuare con più profondità e in sintesi il quadro dello stato di salute della provincia di Treviso è utile elencare quelle che, nel corso di oltre sei mesi di ricerche, incontri con stakeholders e analisi strutturate, sembrano emergere come le tensioni che caratterizzano questo territorio.

 

La tensione tra consumo estensivo del territorio e del tempo

 

È sicuramente una tensione complessa da affrontare. Oltre cinquecento aree produttivo-industriali in pochi chilometri quadrati, rappresentano il dato più eclatante di un uso sfrenato del territorio, ma anche di un tessuto dinamico e florido. Un sistema di gestione dello sviluppo che ha generato i grandi traguardi raggiunti dalla Marca trevigiana, ma che è giunto al suo limite espressivo e propulsivo. Il rischio, ovviamente, non è quello della crisi verticale, ma quello del ripiegamento, di una lenta perdita di capacità espansiva e propulsiva, sotto i nodi irrisolti della sostenibilità sociale, infrastrutturale, ambientale e individuale del sistema trevigiano. Strettamente legato a questo modello troviamo il sistema di utilizzo del tempo individuale. Un uso caratterizzato da una invasione eccessiva degli spazi di vita da parte di quelli di lavoro. Se in passato l’occupazione degli spazi del tempo ha consentito l’evolversi del benessere quantitativo, oggi, con l’affermarsi dei nuovi valori post materialisti, è in rotta di collisione con l’insediarsi di un’esigenza di qualità della vita più complessiva, più autocentrata, più attenta al valore del sé e dei propri vuoti, dei tempi lenti e non solo alla quantità dei beni.

 

La tensione tra quantità dell’agire e qualità delle conoscenze. La sofferenza da competizione

 

E’ il vero rischio della Marca. La preferenza accordata ai bassi profili professionali, tende a sacrificare sull’altare della cultura del fare, della dimensione dell’oggi produttivo, le possibilità di sviluppo dei saperi. Una dinamica che porta con sé disattenzione alla ricerca, all’innovazione e allo sviluppo delle competenze. Un fattore in netta controtendenza con quanto viene sempre più richiesto nelle società contemporanee. Nella società dell’informazione e delle conoscenze la qualità di un tessuto territoriale è sempre più determinata, almeno in parte, dai livelli delle competenze territoriali, dalle qualità e quantità di conoscenze, dalla forza delle sue innovazione e dall’intensità delle interazioni tra la ricerca e l’impresa, tra l’alta qualità accademica e la produzione, tra gli investimenti in conoscenze e la qualità del capitale umano. Una tendenza cui no sfugge la Marca, non a caso si iniziano a percepire gli effetti sugli imprenditori con l’accentuata sofferenza per la competizione individuale, in quel non sentirsi adeguati nell’affrontare le sfide della società dell’informazione e del mercato globale.

 

La tensione tra assimilazione e inclusione

 

Le trasformazioni della società locale e lo sviluppo di una nuova stagione di benessere, trovano una peculiare espressione nelle dinamiche nelle politiche per i giovani e in quelle per l’immigrazione. Due settori in cui il quadro di contraddizioni presenti nel territorio, rischia di creare tensioni sociali e inadeguatezze.

Per entrambi i settori le proiezioni si giocano lungo l’asse di assimilazione e inclusione. Da un lato traviamo la tendenza a non affrontare i problemi delle diversità (giovanili o migranti, che siano), con la propensione a risolvere le differenze attraverso percorsi di non azione, che hanno come fine ultimo quello di affermare i modelli predefiniti, puntando a forme di assimilazione strisciante nei costumi e nelle forme accettate dal quadro dominante.

Sul lato opposto troviamo una importante opportunità. La fase di trasformazione che si è aperta, potrebbe essere rafforzata dall’accettazione di nuovi percorsi formativi e inclusivi, coinvolgendo non solo la sfera dei fenomeni migratori (facilitando il passaggio da una cittadinanza occupazionale a una cittadinanza sociale), ma anche il riconoscimento delle molteplici disparità, dequalificazioni e disorientamenti che attraversano la società trevigiana. Inclusione, poi, in una realtà post moderna coinvolge anche il riconoscimento delle dinamiche culturali di gruppi non omogenei e dei giovani che devono essere incoraggiati a partecipare attivamente e con le proprie distintività alla società e alla vita civica e sociale.

 

La tensione tra autonomia e coesione

 

Le dinamiche storiche e sedimentate in questo territorio aprono la via a un’altra tensione, che è rintracciabile lungo l’asse tra autonomia e coesione. Elemento non secondario, che caratterizza oggi la Marca vissuta, è il suo essere realtà capace di garantire l’autonoma realizzazione dei singoli. Spazio aperto che, per non perdere quelle peculiarità di grande territorio dello sviluppo, deve cercare di identificare non solo nuove piattaforme produttive, ma anche nuove politiche di crescita della qualità della vita, per accentuare la realizzazione dei singoli e per rispondere al perdurante bisogno di sicurezza e coesione. “Il progressivo spacchettamento dello stato sociale e di altri fattori di securizzazione, proietta sul territorio, oltre che nuove preoccupazioni, anche rinnovare e accresciute responsabilità su come riorganizzare e mantener vivi i fattori di aggregazione tra la molteplicità di soggetti che animano le realtà locali”52. Il mantenimento di un alto livello di equilibrio tra competizione e coesione rappresenta, nella società globale, una delle condizioni in grado di accrescere le capacità di crescita del modello della Marca e consente di offrire risposte più puntuali alle domanda di qualità che emerge dalla società locale (servizi, sicurezza, ambiente, tempo, qualità lavoro, relazionalità). All’interno di questo processo rientrano tre aspetti peculiari. Il primo riguarda la società civile, che deve essere sostenuta e sviluppata come centro della vita buona53. Strumento dell’autonomia dei singoli, in quanto centro di legami, coesione e responsabilità. Secondo aspetto è il ruolo peculiare svolto dalla famiglia, che ha sempre più la necessità di essere concepita come elemento di soggettivizzazione. Si tratta di superare, in qualche modo, la concezione della famiglia come agenzia di convenienze e convivenze, come trasmissione dell’eredità economica e culturale, per approfondire una concezione del nucleo quale luogo di formazione del soggetto. Come tale il rapporto tra autonomia e coesione, non si gioca solo sui servizi, ma anche sulle dinamiche culturali, sui percorsi formativi delle persone e su quelli delle famiglie.

Il terzo aspetto riguarda la frattura interna, i tanti campanili. La costellazione delle diverse realtà locali non è solo espressione dei microconflitti intestini a una collettività territoriale, ma è anche espressione di una difficoltà di autolettura del contesto locale. I campanili, tuttavia, non solo un punto di debolezza, sono anche un punto di forza. Le tante geocomunità che si autoalimentano sono anche un fattore di stabilità, sicurezza, identità. Microcosmi puntello, si potrebbero definire, micro-comunità artefici, a loro modo, di un afflato comunitario e identitario. Ma nelle dinamiche globali l’esistenza di tante Marche, di una costellazione di realtà attive e autorealizzanti, rischia di divenire un freno.

Occorre basarsi su questo ricco tessuto territoriale e farlo diventare un fattore di coesione. Come tale si tratta di cercare di transitare da una visione del policentrismo dello sviluppo a quello dell’ineluttabilità delle politiche sistemiche. Il piano strategico, quindi, diviene non solo un’occasione di gestione della crescita, ma anche un nuovo modo di concepire i rapporti interni al territorio, con al centro le dinamiche coesive.

 

Le tensioni tra Gesellschaft e Gemeinschaft

 

La Marca, come entità territoriale complessiva, è sempre stata analizzata e considerata come una Gesellschaft (società) incentrata sulla razionalità dell’agire, sulla specializzazione e professionalizzazione dei ruoli. Entità lontana dalla Gemeinschaft (comunità), basata sull’appartenenza, sull’identità e la pienezza dei rapporti. Per decenni questo territorio ha fondato la sua immagine sull’impresa e l’etica del lavoro. E oggi appare una entità afflitta da presentismo, minimalismo e microcosmismo. Una provincia che ha difficoltà a autoindentificarsi55, e che manca di foyer culturali in grado di agevolare la lettura delle dinamiche in atto e delle loro evoluzioni. Ciò induce un serio rischio: rimanere avvolti in una logica del lavoro, senza avere tuttavia una logica della società e della sua comunità. Le nuove traiettorie globali e post materialiste, però, spingono le dinamiche della società in un’altra direzione rispetto al passato. Il tema del benessere sta assumendo nuovi contorni, valicando la dimensione dell’estensione delle libertà individuali e delle capacità di produrre ricchezza. Esso assume sempre più i connotati di una nuova totalità, in cui giocano un ruolo preponderante lo stato di salute, la qualità dell’ambiente circostante, la sicurezza della vita quotidiana (e futura), la disponibilità di tempo libero e di spazi per sé e per gli altri. Il benessere, come categoria totale, diviene una finalità di vita complessa, un insieme di cose che una persona può fare o essere e che dipendono dalla capacità di ogni individuo di scegliersi una vita cui si possa dare alto valore.

Tutto ciò, nelle dinamiche della società, ha effetti di non poco conto e spinge a superare i classici fattori di gratificazione di sé basati sui dati quantitativi del vivere, per accentuare i bisogni complessivi e protettivi del senso di stare in un agglomerato sociale, del vivere in una comunità. E ciò avviene nella duplice dimensione del senso di comunità: agglomerato di entità parziali, con culture specifiche, a volte addirittura idiosincratiche, e entità totale, fondata sulla classica adesione a un corpus di regole di convivenza, di valori comuni, identificabili come virtù civiche, e su un percorso proiettivo e autoidentificatorio.

La tensione tra società e comunità è accentuata, in questi anni, dall’incedere dell’inquietudine fra globale e locale, dal binomio memoria-futuro e da quello tra autonomia e società libera, aperta e inclusiva. La tensione tra società e comunità, non è facile da affronta-e. Essa è il prodotto di stratificazione e di mutamenti globali e non solo locali, ma una risposta può arrivare dal tentativo, da parte dell’intero territorio, di adottare una nuova vision della Marca, passando dal territorio-impresa di massa, alla provincia-comunità. Occorre, quindi, ripensare la complessità della Marca, non in quanto teatro urbanistico ed economico, ma come realtà profondamente vissuta. Entità che si riconosce in un proprio senso evocativo e che contiene al proprio interno tante comunità e identità. Tucidide, nel commemorare Pericle, rivendicava l’unicità di Atene e ricordava, quali caratteri distintivi della città, la tollerante urbanità degli ateniesi nei loro rapporti privati e, nella sfera pubblica, il profondo e rigoroso rispetto della legge e delle istituzioni. Tucidide sapeva anche che nella realtà ateniese era marcatamente assente la capacità di reciproco riconoscimento e di convivenza tra culture diverse. La Marca oggi, come Atene allora, ha difficoltà a riconoscere e accettare le culture, le diversità.

Eppure, in qualche modo, la sfida aperta dalla nuova epoca globale spinge in questa direzione e obbliga la realtà trevigiana e la sua gens a fare i conti con gli altri, a divenire una Provincia-comunità contemporanea, intesa come realtà che, pur percorsa da contraddizioni e problemi, si presenta e si sente unita, cooperativa e aperta. Un modello di territorio che, più che dalle pietre e dalle infrastrutture, nasce dalle donne e dagli uomini, dagli anziani e dai giovani. Un modello basato sulle relazioni umane, sociali e sui rapporti che arricchiscono i cittadini e il tessuto civico.

 

Le tensioni dell’impegno

 

Una tensione peculiare che attraversa il territorio è quella del precipitare del valore dell’impegno politico, volontaristico e religioso. Un processo che non riguarda solo la Marca, ma è parte integrante della cosiddetta crisi della modernità, che porta con sé il precipitare - profeti Nietzsche e Focault - del valore dell'impegno politico, religioso e, adesso, anche del volontariato. La postmodernità, in questa area, sospinge la micro-progettualità, il tentativo di ridurre le risposte alla complessità globale, alla capacità di risolvere i micro-interessi. A ciò si aggiunge, inoltre, la tendenza a approcci relativi e discontinui, che possiamo definire anche "consumistici", per quel che riguarda l'idea di impegno.

Giddens, nel parlare di società riflessiva, ricorda che le pratiche e le rappresentazioni della realtà devono essere continuamente ed incessantemente ripensate. E la sfida della Marca si gioca proprio su questo terreno: ripensarsi.

Ripensare la società, l’economia, ma anche la socializzazione politica. L'insieme dei processi di apprendimento, di interiorizzazione e di formazione del concetto di sé, la trasmissione da una generazione all'altra dei valori sociali e della legittimità culturale del proprio sistema politico, nonché il corpus delle cognizioni e delle aspettative sulla politica e sulle istituzioni, hanno subito, in questo territorio (come in quasi tutti gli altri territori ad alto sviluppo del nostro paese), una pericolosa rottura. La crisi del sistema formativo scuola-centrico e il postulato equivoco della neutralità del sapere e dell'educazione rispetto alla politica, oltre alla sempre maggiore percezione della lontananza ed intelligibilità del sistema politico rispetto a quello educativo, hanno compromesso in maniera grave l'idea stessa di uomo-soggetto-politico attivo. Queste dinamiche complesse che attraversano tutta la società italiana e anche quella della Marca, appaiono ancora più minacciose in un contesto culturale in profonda trasformazione quale è quello dell'ultimo ventennio. Il passaggio dal “tutto è sociale” al “tutto è privato” non porta con sé solo un vistoso "ritorno a casa", ma corrode le basi della credibilità del valore spirituale della democrazia. Non si tratta di un processo determinato dal ruolo di questa o quella forza politica. E’un percorso che ha radici ben più profonde. Il calo di attenzione civica in questi decenni è stato coperto dalla parodia del ruolo del volontariato. Oggi anche questa àncora, o possiamo definirla speranza, si sta appannando, con le giovani generazioni che, in questo territorio, si allontanano anche dall’impegno per gli altri. Un calo di tensione che rischia di avere effetti sul complesso sociale, accentuando le difficoltà di autolettura del territorio, ma creando anche nuovi vuoti, nelle idee, della visione del futuro, nell’identità. La paura degli altri, solo per fare un inciso, la paura dell’immigrazione che troviamo marcata nei giovani, non è solo espressione di chiusura, non è solo l’effetto di alcuni preconcetti, è anche debolezza del sé, delle traiettorie, del senso di impegno per la società, della polis.

 


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